C’È ANCORA DOMANI

regia: Paola Cortellesi
produzione: Italia, 2023 – 118′
visto: Odeon

Cominciamo col dire che ero piuttosto prevenuto verso questo film. Avevo pregiudizi verso la Cortellesi, sia come attrice che come regista, ne avevo verso il tema, o meglio, sul modo in cui avrebbe potuto essere trattato, e avevo pregiudizi verso il cinema italiano in generale; avrei quindi evitato tranquillamente di accodarmi al clamoroso flusso di spettatori paganti e l’avrei recuperato in streaming, o magari scaricato piratato.
Invece poi è arrivato un invito al momento giusto, che s’incastrava bene, e sono andato.
Parte dei miei timori ha in effetti trovato conferma, tuttavia diversi fattori mi spingono a mettere in discussione innanzitutto il mio approccio verso il film, e poi, più in profondità, la natura di questi pregiudizi.
Il primo effetto da considerare, quello più evidente e significativo, è la differenza di reazione tra il pubblico maschile, il cui apprezzamento si articola in una gamma che va dal conciliante al gelido distacco, e quello femminile, dove invece esaltazione gratitudine e commozione si sovrappongono una sull’altra amplificandosi a vicenda.
Un altro aspetto che mi rende indeciso sul giudizio è che il film propone diversi momenti molto molto validi, sia come gag che come scelte stilistiche, la cui qualità riconosco avermi raggiunto solo dopo aver superato l’inerzia del mio scetticismo. Nonostante la buona predisposizione d’animo che pensavo di aver messo su quella sera, evidentemente le mie difese inconsce erano ancora troppo alte per poter da subito accettare che quello che stavo vedendo non era il semplice film di una comica televisiva convinta di avere qualcosa da dire, ma il tentativo ambizioso e coraggioso di trattare un tema, ogni giorno più urgente e importante, attraverso una storia piccola, collocata alle origini della nostra modernità, del nostro essere italiani inurbati, e che oltretutto sceglie di farlo nella tradizione più alta del cinema italiano, percorrendo i passi scivolosissimi del tragicomico.
Siamo quindi nell’immediato dopoguerra, a Roma. Delia è la succube moglie di Ivano, uomo manesco che non perde occasione per svilirla, nonostante si danni da mattina a sera tra le faccende e i due o tre lavoretti tra cui rimbalza per portare soldi a casa. Insieme hanno tre figli: due monelli pestiferi e sboccati e Marcella, ragazza in età da marito, come si dice. In casa poi c’è pure il suocero, il vecchio e infermo Ottorino, becero fascista, nostalgico delle antiche usanze tribali e soggetto a intemperanze, frequenti quanto imprevedibili, che immancabilmente ricadono sotto il centro di costo della povera nuora.
La relazione casta e delicata di Marcella col suo filarino, di buona e arricchita famiglia, rappresenta per i nostri l’occasione di liberarsi dall’indigenza, e il fidanzamento fa da motore per la vicenda principale, attorno a cui si muovono le dinamiche del borgo e delle varie amicizie e conoscenze della protagonista.
La storia, se vogliamo, è tutta qua. Quello che fa la differenza, e che conferisce al film la sua caratura è il modo in cui vengono rappresentate le violenze, le angherie e le ingiustizie che Delia subisce dagli uomini.
Come dicevo sopra, Paola Cortellesi ha come riferimento il grande cinema del dopoguerra, e per il suo debutto sceglie un bianco e nero molto fotografico, assolutamente non pastoso, che lascia parlare le luci senza eccedere nel patinato, una scala di grigi che rappresenta il mezzo tono descrittivo su cui giocare tra dramma e commedia. Con frequenti carrellate che ricordano un’altra Roma, quella di Cuarón, e che però non restano mai alla stessa altezza di inquadratura, ci accompagna per una capitale polverosa, ancora presidiata dall’esercito alleato e lontanissima dai fasti della dolce vita. La colonna sonora invece si stacca dalla tradizione, e mischia arie coeve (Aprite le finestre) con pezzi di Dalla, Concato, Silvestri, Jon Spencer Blues Explosion e Outkast, a fare da ponte tra il passato dei personaggi e il presente degli spettatori. E poi c’è il modo, molto autoriale, in cui Cortellesi mette in scena i momenti più critici del rapporto tra Delia e Ivano, momenti in cui le situazioni più crude vengono risolte celando la violenza: mascherandola con coreografie e canzoni o lasciandola del tutto fuori campo, fuori dalla porta, delegando la sua manifestazione allo sguardo dimesso e rassegnato dei testimoni impotenti. Questo duetto tra dramma e commedia, tra passato e presente, tra grottesco e ridicolo, la continua vibrazione tra registri opposti, è la cifra che Paola Cortellesi persegue fin dai primi minuti. Una decisione, come detto, coraggiosa, ambiziosa, i cui risultati possono anche tendere al sublime, a patto che l’autore – o l’autrice – disponga della destrezza e della lucidità necessarie.
Non è questo il caso.
Pur con tutti i suoi pregi, il film soffre proprio della mancanza di un’identità che vada al di là del messaggio che porta: poche volte è veramente divertente, quasi mai è realmente tragico. Spesso però è invece estremamente retorico. Sin dalla primissima sequenza, assistiamo a un elenco di situazioni in cui la povera Delia e le sue compagne vengono maltrattate da ogni uomo che incontrano. Alcuni di questi esempi sono realistici e pertinenti, altri grotteschi e pretestuosi. In più sono inseriti in un montaggio che li alterna alle attività mattutine della protagonista, ironicamente ritratte in antitesi con la canzone che le commenta. Poi partono i titoli di testa.
Un congegno piuttosto elaborato, che a freddo può anche trovare ottime ragioni per essere assemblato e azionato, ma che a conti fatti finisce per condizionare pesantemente il prosieguo, perché non riuscendo a sprigionare totalmente la quota di comicità che inquadrerebbe meglio l’incipit, mette lo spettatore nella scomoda posizione di dover subire una lezioncina moraleggiante. Questo non è mai un bene, infatti trasforma immediatamente il film dal racconto di una storia alla dimostrazione di una tesi. Da lì in avanti, lo spettatore guardingo non potrà fare a meno di misurare ogni minuto notando una scrittura dei personaggi e dei dialoghi a senso unico, con donne volitive e indaffarate e uomini che se non sono orchi in canottiera, sono come minimo imbelli, ridicoli e meschini. A parte ovviamente l’afroamericano, perché si sa, la minoranza è buona e gentile per definizione.
Questa almeno è stata la mia reazione per la prima mezz’ora. Piano piano però le tante qualità dette sopra, sono riuscite ad aprire una breccia. Ho cominciato a pensare che, senza bisogno di andare indietro di settant’anni, conosco (come purtroppo tanti) diverse donne che hanno vissuto e vivono tuttora, in famiglia, condizioni di sottomissione e sfruttamento. E che anche se si tratta di un film a tesi, con una componente di retorica che si impone sulla coerenza e compiutezza della storia, si può tranquillamente dire lo stesso della maggioranza dei film, soprattutto hollywoodiani, che abbiamo apprezzato e incensato nella secolare storia del cinema. E quindi, mi sono chiesto, perché questa ostilità? Questa iper-criticità? Proprio adesso dobbiamo metterci a spaccare il capello in quattro in difesa delle unità aristoteliche? Se non altro Paola Cortellesi dedica la sua prima regia a un tema che evidentemente le preme, e lo fa azzardando scelte autoriali anche di pregio, che in parte riesce a governare e in parte meno, ma che manifestano uno sguardo e una volontà di affrontare certe cose in un certo modo. Possiamo dire lo stesso dei tanti comici maschi che come primo film da registi sono rimasti incastrati in tormentoni e contentini agli amici? Stiamo chiedendo a Paola Cortellesi quello che non abbiamo chiesto a Maccio Capatonda, alla Gialappa’s, ad Antonio Albanese, ad Ale e Franz?
È sicuramente vero che questo film vive sull’onda dell’attualità, ma è altrettanto vero che questa attualità ha una coda lunga, e che nonostante tutti i suoi difetti e limiti, può essere in grado di stimolare un dibattito. Perché per esempio mi viene da fare resistenza al suo successo? Ordinate e ascisse, in che punto mi trovo io, come maschio, sull’ipotetico piano cartesiano della questione del patriarcato? Immagino in un qualsiasi quadrante, poco distante dallo zero, con valori piuttosto bassi di virtù ma anche, spero, di viltà. Abbastanza neutro per dire che vedere un film come questo non mi infastidisce di certo, ma nemmeno mi convince fino in fondo, perché trovo che la retorica usata tratti l’argomento in modo superficiale, perché non capisco la ragione di certe scelte (quei lividi e quelle ferite che appaiono e scompaiono. Perché?), e perché trovo la Cortellesi più capace come regista che come attrice. A proposito della recitazione, tocca dire che, se su tutto il comparto tecnico (trucco e parrucco, fotografia, scenografia, costumi, colonna sonora) C’è ancora domani si difende e si stacca dalla media nazionale, per quanto riguarda la prova degli attori non riusciamo ad allontanarci dall’impronta dei caratteristi. Si salvano l’ottima prova di Mastandrea (Ivano) e quella meravigliosa di Romana Maggiora Vergano (Marcella), ma la Cortellesi attrice è sempre un pochino troppo enfatica, sempre mezzo tono sopra o mezzo tono sotto il dovuto. Che dire poi di Emanuela Fanelli, simpaticissima e intelligentissima, ma dopo averla vista per tre anni buoni da Lundini a perculare le “Voci. Voci di donna” e il romanesco a tutti i costi, trovarsela a fare esattamente quella parte fa un po’ cascare le braccia.
Insomma pur con tutte le attenuanti del caso, trovo il film interessante e piacevole ma non del tutto compiuto. Vittima della velleità di latore di grandi verità, finisce per trascurare la storia per proporre una tesi da ripetere ossessivamente allo spettatore senza lasciare spazio a interpretazioni.
Allo stesso tempo sono grato che porti una voce chiara e per certi versi nuova, che offre un momento di rivalsa al pubblico femminile, a quanto pare bisognoso di riconoscersi in una storia che parli di un sistema che le opprime. Una posizione radicale, alla quale forse non siamo ancora abituati, che può comunque essere discussa e confutata, ma la cui urgenza è ogni giorno più evidente.

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