ASTEROID CITY

regia: Wes Anderson
produzione: USA, 2023 – 104′
visto: Rialto

Curioso come da ogni film di Wes Anderson ci si aspetti esattamente un film di Wes Anderson, salvo poi lamentarsi di avere tra le mani l’ennesimo film di Wes Anderson.
Sono molte infatti le stroncature che si sono abbattute su questo ultimo titolo, colpevole di avere una trama troppo sfuggente, ulteriormente velata dal fragore del solito caravanserraglio di colori, ortogonalità, scenografie e verbosità dell’autore californiano. Questa vaghezza però è tale solo per chi non sa vedere oltre, perché il film è davvero ricco di significati e di strutture che si incastrano una con l’altra per sorreggere lo sfavillante impianto di cui sopra senza inciampare nello sterile sfoggio di stile di cui si lagnano certi. Siccome sono già passate diverse settimane da quando è uscito, mi permetto di scendere un po’ nei dettagli.
Dentro Asteroid City ci sono: il marito, il figlio e il padre di una donna che non c’è ma poi compare, tre streghe bambine, un concorso per piccoli scienziati, un esercito che li ghermisce e mistifica la verità, c’è Beep Beep ma senza Willy Coyote, la bomba atomica, la paranoia, un inseguimento senza senso, un paese di ottantasette anime, una truffa immobiliare, una scolaresca, una maestra che segue il programma, un disco volante, una rivolta, un regista che dorme sul set, un marziano, un’attrice che si trucca ferite interiori sul viso impassibile, un programma televisivo con un presentatore che presenta uno scrittore che non esiste, che scrive un’opera teatrale in tre atti. Che non esiste. E c’è un buco, enorme, in mezzo al deserto.
Nel film poi ci sono due film: uno a colori, anzi a supercolori, coi fondali dipinti dei Looney Tunes, e uno in bianco e nero, che in qualche modo lo spiega.
Partiamo da qui. Stando al presentatore Bryan Cranston, l’unica cosa “vera” (questo viene detto nella premessa ma ce lo si dimentica quasi subito), è il programma televisivo che replica settimana dopo settimana le vicende di Asteroid City, piccolo centro del Nevada nato attorno a un cratere di cinquemila anni. Lo show finge di rifarsi a un’inesistente opera teatrale frutto di tale Conrad Earp (Edward Norton), drammaturgo altrettanto inesistente, ma sembra invece portato avanti da Schubert Green (Adrien Brody), un regista in via di separazione che intrattiene coi suoi attori rapporti burrascosi e viscerali. Sarebbero allora le sue fantasie e i suoi malumori a propagarsi e riversarsi a cascata su tutti i personaggi. Il più emblematico di questi è Augie Steenbeck (Jason Schwartzman), fotografo di guerra col cuore a pezzi per la recente scomparsa della moglie. Arriva ad Asteroid City per accompagnare il figlio Woodrow-detto-Braniac (Jake Ryan) al concorso Junior Stargazer insieme alle tre gemelline Andromeda, Cassiopea e Pandora (le tre sorelle Faris), aspiranti occultiste. Rottasi l’auto, gli Steenbeck chiamano in soccorso il nonno Stanley (Tom Hanks), padre della moglie/madre e vedovo a sua volta. Diventa chiaro, durante il film, che il cratere nel deserto, quell’enorme buco frastagliato che si trasforma via via in bunker e in palcoscenico, ha una relazione simbolica con l’assenza di questa figura femminile di moglie/madre/figlia/musa.
Di base il cratere rappresenta, per tutti i personaggi e le storie che gli orbitano intorno, il sentimento dell’assenza e il mistero dell’esistenza, anche se nel caso di Augie questa simbologia è ovviamente esplorata più a fondo. Al concorso conosce infatti la malinconica Midge Campbell (Scarlett Johansson), una stella del cinema sempre alla ricerca di ruoli impegnati e sofferenti che ne certifichino il talento. Tra i due, e anche tra i rispettivi figli, nasce un’attrazione e un sentimento che nella coppia di adulti vive dei dialoghi scambiati da una finestra all’altra delle piccole case dirimpetto in cui sono significativamente (rin)chiusi. Una serie di campi e controcampi tra due solitudini che si alimentano nell’afflizione. Lei continua a provare e ripassare un ruolo dopo l’altro, lui non può fare a meno di fotografarla. L’azione di fotografare è per Augie l’automatismo che lo identifica e lo definisce. Fotografa la bomba, fotografa Midge, fotografa un alieno, e quando gli chiedono ragione della sua compulsione risponde che lo fa perché lui è un fotografo. Nello smarrimento del lutto e nell’apprensione per il nuovo ruolo di padre vedovo, il gesto reiterato lo mantiene in traiettoria indicandogli la rotta. Questo concetto è il leitmotiv del film, torna infatti diverse volte, perché così come Augie, molti dei personaggi vivono un’assenza, molti hanno perso la madre o la compagna, o la fiducia, o la speranza, ma il messaggio che corre per tutti i centoquattro minuti, ribadito e ripreso in dialoghi e in immagini, è che qualsiasi cosa succeda, bisogna andare avanti. Lo dice la lunare dottoressa Hickenlooper (immancabile, inevitabile, ineluttabile Tilda Swinton) al giovane Woodrow, lo dice il regista Schubert Green all’attore Jones Hall (“non importa se non capisci, continua a raccontare!”) lo dice la strada dritta che corre per Asteroid City verso l’orizzonte, dove una pattuglia e una motocicletta inseguono all’infinito l’auto dei banditi, lo dice il road runner che continua a correre anche in mancanza del suo coyote.
Il pericolo nascosto nell’interrompere la corsa per fermarsi a pensare ai fatti della vita è di grippare il motore, che come un cuore deve continuare a muoversi e girare. La scena chiave che svela questa teoria viene preparata da Anderson anticipandola con alcune battute apparentemente marginali. Nel momento in cui si trova con Midge a fare il punto della loro relazione, Augie, bloccato tra la speranza di un nuovo amore e il rimpianto per quello perduto, si brucia la mano sulla piastra dei toast. In quel momento l’indecisione è al massimo e Augie grippa. Vive una crisi tra quello che desidera e il ruolo di vedovo affranto che sente di dover proseguire, e questo conflitto lo strappa dalla sua routine emotiva e lo manda in tilt. L’ustione è l’incidente pretestuoso con cui rinnova l’identità di uomo ferito. Infatti da quella scena Midge praticamente sparisce dalla storia.
Ma il cratere, come detto, non contiene solo l’assenza, contiene anche un mistero. Al suo interno si verifica l’epifania aliena che getta gli astanti in confusione. L’apparizione improvvisa di un viaggiatore extraterrestre scatena la paranoia dell’esercito, che militarizza la zona e impone il lockdown, mentre induce nei giovani scolari un’insaziabile fila di domande a cui gli adulti faticano a rispondere. Cosa vuole il “marziano”? Da dove viene? Dov’è stato finora? Tornerà? Woodrow è particolarmente euforico e incalza il padre e il nonno per conoscere il significato dell’evento mentre, per traslato, si interrogano sul senso della vita stessa.
Secondo la visione di Anderson, l’atteggiamento da tenere di fronte al Mistero è una miscela di accettazione e introiezione. Questo viene chiarito dalla seconda scena chiave, molto più esplicita. Alla scuola di recitazione si tiene un incontro tra il fantasmatico autore Conrad Earp, il futuro regista Schubert Green e l’insegnante del corso Saltzburg Keitel (Willem Defoe). Earp è in cerca di spunti per una scena onirica che rappresenti, per chi l’ha vissuta, le conseguenze della visione dell’alieno. Keitel chiede alla classe di improvvisare delle situazioni simulando un sonno collettivo.
Quasi subito Jones Hall, l’attore di Augie Steenbeck (che nella rappresentazione si interroga sulla scena dell’ustione e sulla sua reale comprensione della parte), esclama la frase-manifesto:
“You can’t wake up if you don’t fall asleep” («Non puoi svegliarti se prima non ti addormenti»), subito ripresa dal resto della classe-cast. Dal coro compare l’alieno (Jeff Goldblum) che si avvicina allo schermo tenendo in mano il meteorite che cinquemila anni fa ha causato il cratere di Asteroid City. Questa presenza suggerisce intanto che l’appuntamento alla scuola di recitazione non è reale ma fa parte della finzione, e poi riporta al centro del discorso il meteorite.
Ora, all’inizio del film si dice che quel meteorite è un frammento di una luna minore del pianeta Magnavox 27 (o qualcosa del genere). Lo stesso nome torna nel terzo momento chiave: l’apparizione quasi mistica di Margot Robbie. In precedenza, la figura della moglie/madre/figlia appare solo in una fotografia che la riprende dall’alto, dentro una piscinetta circolare, che se non somiglia a un cratere non lo so. In questa sequenza invece Jason Schwartzman, non nei panni di Augie ma dell’attore Jones Hall – che ha temporaneamente abbandonato il palco – incontra l’attrice che avrebbe dovuto essere la moglie defunta. La scena riprende la stessa dinamica vista tra i personaggi di Augie e di Midge, con i due che si parlano da un balcone all’altro, ma in questo caso è per enfatizzare la distanza incolmabile che li separa. Robbie infatti appare, ma non esiste, poiché si trova su un altro set, su un altro film, su un altro mondo. Durante quell’incontro è però lei a parlare per entrambi, riesumando la scena ambientata sulla luna di Magnavox 27 che avrebbero dovuto girare insieme e che Schwartzman/Hall/Steenbeck, ha dimenticato.
Il tema principale di Asteroid City è dunque legato all’accettazione degli eventi della vita e all’invito ad andare avanti costi quello che costi.
Poi c’è tutto il resto: la confezione, i colori, lo humor, i temi collaterali. Perché siccome Anderson è e rimane un regista politico, la sua ricostruzione non rinuncia a criticare la società americana di allora e di oggi. Colloca la storia nel 1955, epoca di ottimismo sfrenato, quando l’esercito degli Stati Uniti “non aveva ancora perso una guerra”, carica i toni dei suoi pastelli lasciandoli bruciare da un sole da cartolina che cancella ogni ombra, e mostra gli abitanti e gli ospiti di Asteroid City che si dannano per un fantomatico extraterrestre, in fin dei conti innocuo, mentre non fanno una piega per i test atomici sulle loro teste, per le macchinazioni dell’esercito o per gli assurdi progetti immobiliari di chi vende la terra arida del deserto. C’è tanta di quella roba dentro Asteroid City che non finirei più di scrivere, ma sono passati mesi ormai da quando ho cominciato queste righe, perciò la chiudo qui.

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