ANATOMIA DI UNA CADUTA

regia: Justine Triet
produzione: Francia, 2023 – 152′
visto: Bellinzona

Per i grandi misteri del cinema, la palma d’oro 2023 soffre di una distribuzione sacrificata (qui a Bologna, tralasciando i multisala discount, è presente per ora solo al parrocchiale Bellinzona), eppure si tratta di un titolo pregevole (ovviamente, o non avrebbe vinto), che instaura con lo spettatore una sfida attraverso i canoni del giallo procedurale trovando molti motivi per interessare e avvincere qualsiasi tipo di pubblico, non solo quello un po’ sofisticato dei festival.
Justine Triet non ha moltissime regie all’attivo, e confesso di non aver visto i suoi lavori precedenti, ma dimostra una grande attenzione e un grande intuito nell’indagare le complessità del presente, in particolare quelle derivanti dalla morbosità di una società che affida ai mass-media onori e oneri del formarsi un’opinione, giungere a conclusioni ed emettere sentenze certe e garantite al di là di ogni ragionevole dubbio.
Già, il dubbio. Si comincia subito col morto. Il corpo di Samuel Maleski è rinvenuto dal figlio undicenne (e dal suo cane) nella neve, ai piedi della baita alpina vicino a Grenoble dove si era trasferito da pochi mesi insieme alla moglie Sandra. Sandra è un’affermata scrittrice tedesca, e il giorno della tragedia stava tenendo una strana intervista con una tesista, attività ostacolata e interrotta dalla musica altissima proveniente dalla mansarda, dove il marito stava sistemando il tetto. La sequenza iniziale, carica di disagio e ansia per via del volume assordante della musica, avverte chiaramente sul tipo di aria che tira in quella casa. Segue subito l’autopsia, dove l’apparente asetticità e razionalità dei rilievi scientifici orienta lo spettatore verso una causa del decesso poco naturale o quantomeno da indagare. Sandra si trova in breve a essere la principale sospettata di un delitto coniugale, e per assisterla arriva dalla città il fascinoso Vincent, da tempo amico, e forse qualcosa di più, dell’inquieta vedova.
A questo punto ci sono da dire due cose. La prima è che Sandra è interpretata da quella tremenda sfinge di Sandra Hüller (Vi presento Tony Erdmann, Un Valzer tra gli scaffali), attrice dall’espressività incredibile nonostante le labbra sottili e lo sguardo di ghiaccio, calata in una parte scritta apposta per amplificarne i lati ambigui e scomodi. La seconda cosa da dire è che Daniel, l’unico figlio della coppia, è praticamente cieco. Oltretutto non è semplicemente nato così, ma lo è diventato dopo un incidente, che ha inevitabilmente avuto un forte impatto sulla coppia e i cui risvolti verranno esplorati a fondo durante il processo. La terza cosa, delle due che sono da dire, è che siccome Samuel è/era francese e Sandra invece tedesca, in quella casa, per non fare torto a nessuno, si parla inglese. Questa della lingua è un’altra delle colonne su cui si regge la cappa di perturbante con cui la regista avvolge gli spettatori. Durante i passaggi più intricati del processo, Sandra farà spesso fatica a spiegare a corte e giuria i moti dell’animo e le tensioni private di una coppia che vive conflitti e attriti, che per esigenze di copione assumono gravitas gigantesca, ma che se riprodotti in sedicesimo si ritrovano in qualsiasi famiglia, anche in quelle più felici.
Durante il dibattimento si impongono uno dopo l’altro aspetti della vita e della psiche della coppia che portano ogni volta la discussione a un nuovo piano di complessità e di speculazione: la sessualità, la crisi del maschio, il rapporto tra letteratura e verità, il processo creativo, le diverse lingue e i diversi linguaggi, il senso di colpa e quello di inadeguatezza, le strategie per sopravvivere alle amarezze e alle delusioni. Il pregio, ma forse anche l’unico difetto, del film, è che si prende tutto il tempo del mondo per soffermarsi su ognuno di questi aspetti e vivisezionarli uno per uno, componendo così quello studio anatomico che si prefigge fin dal titolo.
Quello che Triet fa è prendere la trama di un giallo e complicarla ulteriormente, inserendovi un numero spropositato di elementi sfaccettati che funzionano da prisma, riflettendo le teorie, le convinzioni e i pregiudizi che il pubblico trasmette sulla vicenda. Diventa presto evidente che il personaggio del figlio Daniel è l’avatar del pubblico stesso, attraverso cui noi spettatori siamo calati nella storia. Come lui noi non abbiamo visto cosa è successo, come lui noi non vediamo proprio niente in generale, come lui noi possiamo solo ascoltare le frasi, le ricostruzioni e le supposizioni di chi invece prova a raggiungere quel concetto così fumoso e vago di verità. Quando dicevo che il film è anche una critica dell’azione dei mass-media sull’opinione pubblica mi riferivo alle due differenti fotografie che si alternano. Da una parte ci sono riprese più propriamente cinematografiche, con un’illuminazione studiata ed espressiva, dall’altra ci sono riprese più piatte, che simulano i filmati amatoriali e le riprese televisive, con luci naturali e spontanee che richiamano l’idea di tv verità e di informazione oggettiva. Questa triade sillogica di “objectivité, impartialité, réalité” è quella che il film mette in discussione, ammonendo sui rischi dell’ottusa pretesa tutta contemporanea di poter scandagliare e comprendere le dinamiche più profonde e inconsce delle persone semplicemente facendone emergere il privato e razionalizzandone le azioni alla luce delle tesi che si vogliono dimostrare. Triet prende i vari Galimberti, Crepet, Morelli, e i lori corrispettivi di tutte le lingue e bandiere, e li accompagna gentilmente alla porta. Non pensate di poter capire cosa succede nel cuore di una persona, dice il film, ma nel dubbio siate responsabili di fare una scelta. Questo è quello che Daniel dovrà fare per superare i suoi dilemmi, e questo è quello che dovranno fare anche gli spettatori se vorranno venire a capo del mistero.

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