
regia: Matteo Garrone
produzione: Italia, Belgio 2023 121’
visto: Odeon
Il nuovo film di Matteo Garrone, il cui titolo di per sé costituisce spoiler, ha vinto il Leone d’Argento alla regia e il Premio Mastroianni per il protagonista Seydou Sarr, e in generale è stato accolto benissimo sia dal pubblico che dalla critica. Ma questo lo sapete già. Più o meno sapete anche che parla del viaggio che due cugini appena sedicenni di Dakar intraprendono per provare a raggiungere l’Italia. Seydou e Moussa sono giovani, carini e simpatici, due pezzi di pane con una famiglia che gli vuole bene. Apparentemente non hanno particolari problemi, tuttavia un fortissimo desiderio di lasciare un Senegal povero di possibilità li spinge ingenuamente a cercare fortuna in Europa. Il viaggio li metterà a dura, durissima prova, faccia a faccia con tutte le più terribili stazioni della via crucis dei migranti: la rotta sahariana, i predoni del deserto, il lager libico, la traversata del Mediterraneo. Attraverso i loro occhi, in particolare quelli di uno dei due, vediamo la realtà che si nasconde oltre le parole in codice dei mass-media, facendoci un’idea magari diversa dei “migranti economici”, di quelli che gridano “Allah akbar” e perfino degli stessi “scafisti”.
È difficile parlare del film evitando i luoghi comuni, perché quello che Garrone fa, insieme agli altri sceneggiatori Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso e Andrea Tagliaferri, è proprio prendere di petto i luoghi comuni, spaccarne il guscio dei termini giornalistici che li ricopre e li semplifica, e liberare la materia più viva e complicata che sta al loro interno, provocando spunti che possano strappare l’ordito di un’esposizione da tempo schematizzata.
La formula narrativa usata è un insieme di road movie, romanzo di formazione e fiaba moderna, tutti elementi contenuti nel grande archetipo del viaggio dell’eroe. Anche qui, tutte cose già dette e ridette, ma l’impianto teorico è talmente evidente ed esplicito che sarebbe sciocco cercare doppi fondi dove non ce n’è.
In diverse interviste, il regista ha dichiarato di aver voluto invertire la prospettiva da cui si raccontano le migrazioni, puntando l’attenzione non su chi arriva, ma su chi si mette in viaggio, che sono le stesse persone, ovviamente, ma che si colorano di significati e di accenti diversi a seconda della direzione da cui proviene la luce che li illumina. L’accuratezza della ricostruzione è evidente nei dettagli, come per esempio nelle magliette dei grandi club sportivi, che diventano la divisa scoordinata di un popolo di senza terra e senza riposo, illuso da ingannevoli esempi di successo e prosperità. Quelli dell’illusione, del sogno e della speranza, sono temi fondamentali per delineare il carattere ingenuo e innocente dei protagonisti, e chiaramente per traslato di tutti quei poveri cristi che si mettono in cammino, troppo spesso senza avere idea di cosa li aspetti, ma avendo invece chiarissimo cosa si lasciano alle spalle.
Per rendere il film ancora più alieno alla visuale italiana, Garrone rinuncia al doppiaggio e lascia parlare i personaggi nelle lingue d’origine, principalmente il wolof del Senegal e le versioni addomesticate dell’inglese e del francese che si parlano nelle ex colonie, conferendo uno stile internazionale rafforzato ancora di più dal suo grande sguardo fotografico, che spazia dalle dune del deserto alle onde del mare, da orizzonti infiniti a grotte anguste abitate da strani stregoni.
Nonostante l’apparato programmatico, infatti, Io Capitano non è un film con le toppe sui gomiti e la bacchetta costantemente puntata alla lavagna, che passa il tempo a spiegare cosa si deve capire e come la si deve pensare, ma resta convintamente un robusto film di avventure, percorso da immagini potenti, capace a volte di essere crudo, ma senza mai essere crudele.
Per tematiche e per stile si inserisce in quello spazio recentemente abitato da Fuocoammare di Rosi e da L’Ordine delle Cose di Segre (ma se vogliamo anche da Tolo Tolo di Zalone, a modo suo), e forse l’unico limite che non riesce a superare è proprio l’appartenenza a un genere che raramente arriva ad attrarre in sala proprio quel pubblico di solito refrattario al senso di colpa e poco propenso a mettere in discussione i modi troppo facili e troppo comodi di certe rappresentazioni mainstream, esattamente il pubblico cui sarebbe bene arrivasse, quindi, mentre rischia di aggiungere molto poco alle convinzioni e alla conoscenza di chi da tempo segue le tematiche delle migrazioni.
Tanto per continuare a calpestare le pigre orme delle banalità, si può dire che Io Capitano è il classico film “necessario”, specialmente in questo esatto momento storico, in cui, sommersi e sfiancati dalla retorica emergenziale e catastrofica, sembra veramente mancare una voce che faccia un attimo il punto della situazione, tanto per avere chiaro contro chi è che stiamo facendo la guerra.