OPPENHEIMER

regia: Christopher Nolan
produzione: UK, USA 2023 180’
visto: Lumière, Odeon

Dico subito che a me è piaciuto un bel po’ e che mi sento di consigliarlo agli amanti del cinema classico, quello fatto di toni epici, grandi eroi e grandi nemici.
Chi invece cerca nel cinema conforto ai suoi timori verso il mondo e conta gli scatti verso un futuro radioso fatto a sua immagine e somiglianza, potrebbe in questo caso trovare più fastidi che altro.
Ragion per cui, per parlare di questo film sarebbe utile prima di tutto spogliarlo dal fenomeno mediatico di cui è stato rivestito, quindi chiedersi se ci si vuole porre davanti come spettatori oppure come opinionisti.
In questo secondo caso bisognerebbe capire se si vuole difendere una tesi a priori, pro o contro un regista, a quanto pare divisivo come pochi, o se si è semplicemente ansiosi di partecipare a una polemica che sempre più spesso assume toni più che altro autoreferenziali.
Oppenheimer, di Christopher Nolan, è un biopic particolare, che fin dal principio intende rileggere la vita di un personaggio storico sotto la lente dei miti classici, rendendo eterna e universale una figura a noi relativamente vicina. Lo fa utilizzando i modi, i toni e i tempi del kolossal: profusione di mezzi, cast stellare, soundtrack monumentale e durata extra-size.
Siccome Nolan è un grande narratore, checché ne dicano certi detrattori di cui sopra, rinuncia alla struttura tipica del genere, ma ne distribuisce i caratteristici elementi alternandoli su tre diversi periodi.
Si comincia nel 1954, durante l’interrogatorio subito dal fisico Robert J. Oppenheimer (bravissimo Cillian Murphy, finalmente protagonista totale di un personaggio che attraversa le decadi e cambia di conseguenza) torchiato da una delle tante commissioni che negli anni del maccartismo colpirono un numero incredibile di celebrità e illustri studiosi, sospettati di aderenze col partito comunista e perciò colpevoli di attività antipatriottiche.
Una purga in giacca e cravatta che ha falciato almeno una generazione di intellettuali e cementato le peggiori paranoie nel popolo americano. Nella dichiarazione che apre la sua deposizione, lo scienziato ricapitola le tappe che, attraverso gli studi in Europa e la frequentazione dei padri della meccanica quantistica, portarono un maldestro studente di chimica di Harvard nell’olimpo delle grandi menti del Novecento, eccellendo in tutti i campi della fisica, dalle forze celesti ai segreti della struttura dell’atomo. Il multiculturalismo e le rivoluzionarie correnti dei primi del secolo ne influenzarono non solo la formazione, ma anche la coscienza e la sensibilità. Una volta tornato in California, parallelamente all’incarico di docente a Berkeley, si dedicò all’attività sindacale e a sovvenzionare iniziative umanitarie in soccorso agli scienziati ebrei cacciati dalla Germania nazista e al fronte popolare impegnato nella guerra civile spagnola.
Le simpatie socialiste e le conseguenti e chiacchieratissime frequentazioni, anche sentimentali, non impedirono all’esercito statunitense di incaricare il trentottenne Oppenheimer della direzione del progetto Manhattan, l’epica rincorsa sulla Germania nazista con l’obbiettivo di ottenere per primi un’arma atomica.
Qui c’è il primo grande punto di attenzione della lettura che Nolan fa della vicenda Oppenheimer, il quale si imbarca nella sua missione, non contro il Giappone, men che meno contro l’Unione Sovietica, bensì contro il Terzo Reich, il grande e abbietto nemico che minacciava la pace in Europa e l’ideale stesso di libertà e di dignità umana.
Ci sono quindi, fino a qui, gli inizi stentati, l’incontro coi vari mentori e la rincorsa al successo.
Seguono il trionfo, narrato col ritmo del film d’azione, e la successiva caduta, raccontata invece con la formula del thriller, inserendo una trappola dopo l’altra e spostando l’attenzione su un secondo personaggio, il potente Lewis Strauss, interpretato da un cinico e diabolico Robert Downey Jr., già introdotto nel racconto come presidente della Commissione per l’Energia Atomica, ma poi protagonista del terzo momento della storia, quando nel 1959 si tengono le audizioni per la sua riconferma a Segretario al commercio nel governo degli Stati Uniti.
Come detto, i tre momenti del racconto – la carriera di Oppenheimer fino alla costruzione e l’uso della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki nel 1945, l’investigazione su di un possibile tradimento del 1954 e queste audizioni per Strauss del 1959 – sono mischiati e alternati tra loro, ma la parte su Strauss è girata in un bianco e nero molto contrastato, che in parte riprende lo stile televisivo dell’epoca, e in parte – ma questa è solo una mia impressione del tutto opinabile – suggerisce la natura maligna e artefatta delle macchinazioni di Strauss, che con la sua strategia mira a ritrarre una realtà semplificata rispetto ai fatti accaduti, non un quadro fedele, completo di tutti i colori e sfumature, ma una ricostruzione manichea, in bianco e nero appunto, che divide con l’accetta gli eroi dai traditori. Il mondo secondo Strauss, potremmo dire.
Mi permetto qui un breve riepilogo dei temi delle due inchieste, quella su Oppenheimer e quella su Strauss, perché in effetti nel film ci si perde un po’, e personalmente ho colto appieno il filo del discorso solo a una seconda visione. I fatti sono questi: durante gli studi e gli esperimenti a Los Alamos, il brillante Edward Teller (un carismatico e sudaticcio Benny Safdie) ha l’intuizione di realizzare una bomba all’idrogeno, esponenzialmente più potente della bomba all’uranio o al plutonio, come quelle che si stavano costruendo. Una possibilità già sul tavolo, ma scartata poiché, essendo le forze che legano gli atomi di idrogeno più potenti, non si sapeva come innescare la reazione a catena. L’idea nuova è di utilizzare come innesco la potenza di una piccola bomba atomica, cioè proprio l’oggetto che si stava studiando. L’indole visionaria di Teller lo mette in conflitto con gli altri membri del gruppo, portando a tensioni anche con lo stesso Oppenheimer, che pure gli concede di continuare i suoi studi teorici. Alla fine della guerra, dopo le due esplosioni sul Giappone, Oppenheimer prende una posizione decisa contro la proliferazione delle armi atomiche, e osteggia in tutti in modi la costruzione della bomba all’idrogeno (chiamata bomba termonucleare o “super bomba”), convinto che gli ordigni già esistenti fossero sufficienti a garantire lo status quo tra le potenze. Nel 1949 però, i sovietici sperimentano una loro arma nucleare, annullando il vantaggio che gli USA pensavano di avere e spingendo le frange più belliciste a procedere con la bomba H. (scena della tavola rotonda in b/n).
Le interrogazioni che vengono fatte a Oppenheimer da parte della commissione sull’energia atomica, in particolare dal micidiale avvocato Roger Robb (Jason Clarke sempre più cazzuto), vertono quindi sul capire se lo scienziato fosse o meno dalla parte dell’Unione Sovietica, basandosi sulle sue frequentazioni passate e chiedendosi perché fosse stato dapprima il più forte sponsor della bomba atomica (quando si trattava di combattere i nazisti) e in seguito il suo più grande detrattore (allorché il nemico diventarono i sovietici).
Le audizioni per la riconferma di Strauss a ministro del commercio, invece, intendono capire per quale motivo, conoscendo le posizioni e i trascorsi di Oppenheimer, nel 1947 lo abbia nominato presidente del comitato scientifico della Commissione sull’Energia Atomica. Strauss vorrebbe usare questo palcoscenico per smentire ogni dubbio sul suo conto e per imporre una verità fittizia ripulita da qualsiasi contrasto con Oppenheimer, ma qualcosa tra le sue risposte e il suo atteggiamento lascia filtrare una realtà diversa.
Questa è la materia su cui Nolan costruisce il suo film, il filo conduttore attorno al quale ruotano le sue visioni e la messa in scena: la torsione dei fatti determinata dagli istinti e dai sentimenti dell’Uomo e la sua inadeguatezza di fronte alle enormi forze che lo sovrastano.
Il film di Nolan è una condanna dell’umanità e una celebrazione della scienza e della spinta alla conoscenza senza paraocchi. Lo ripete più volte nella prima parte, nelle scene al museo dei cubisti e negli incubi del giovane Oppenheimer: la meccanica e la fisica quantistica schiudono un mondo e una visione nuovi, anni luce oltre i vecchi schemi e le vecchie categorie, un mondo e una visione fondati sul paradosso e sulla complessità, che chiedono di essere attraversati senza paura ma senza nemmeno l’arroganza di poterli dominare.
Di questo parla Oppenheimer, non della condizione della donna durante il XX secolo, né di come va usato un commento sonoro, e di certo non parla di come esistano film di settanta minuti e altri di sette ore.
Trovo quindi piuttosto fuori fuoco le critiche sui media più generalisti e di costume, per non parlare degli strali dei più esagitati.
Non vi piace come è stato trattato il personaggio di Jean Tatlock? Fate un film su Jean Tatlock e raccontatela come vi pare. (a parte il fatto che Florence Pugh sarà carina e indie quanto vuoi, ma di fianco a Emily Blunt perde sempre in partenza) Non vi piace il fatto che praticamente ogni scena sia sostenuta da musiche a volte invadenti? Si può essere d’accordo che sia un modo un po’ spiccio di gestire l’attenzione dello spettatore, ma forse bisognerebbe anche rapportare la scelta al fatto che in tutto il film il comparto audio sia un elemento strutturale della messa in scena. C’è un crescendo energico, muscoloso e possente, che porta alla sequenza del test Trinity una componente emotiva arrembante, quasi erotica. Il volume alto è parte intrinseca dell’esperienza che Nolan vuole portare in sala, perché quello che vuole è che lo spettatore arrivi a desiderare un’esplosione nucleare nel deserto per poi ricordargli bruscamente che ciò per cui sta facendo il tifo è l’assassinio di duecentomila giapponesi inermi. Un risveglio tragico come quello del suo protagonista, che durante l’incontro con Einstein, in riva al lago, si rende conto di essere colpevole di hybris, cioè della superbia di ritenersi superiore ai propri limiti e in grado di sfidare gli dei, e capisce in quel momento di aver consegnato al genere umano un potere di cui non è ancora degno. Per questo motivo in seguito decide di accettare le inchieste come un martirio; non si pente di quello che ha fatto, ma è disposto a pagarne il prezzo sulla sua schiena, marcando la differenza profonda tra chi davanti a certe scelte se ne prende le responsabilità e chi invece il problema non se lo pone affatto e anzi usa la politica come sublimazione delle sue peggiori tendenze.
Così, il film che si apre col mito di Prometeo, si chiude con la visione di un mondo in fiamme, incenerito non dal fuoco divino, ma dall’incapacità degli uomini di trovare un equilibrio e un’armonia.
Non è la scienza a condannare l’umanità, ma sono la paranoia e il rancore, l’invidia e il sospetto.
Una volta scomposto e ricomposto, il film di Nolan si rivela ben più lineare di quanto appaia, sicuramente più di Tenet, Interstellar o Inception, ma allo stesso tempo ricco di spunti e tematiche quasi insospettabili sotto i bagliori accecanti e le fragorose esplosioni. Certo non si tratta di un cinema ermetico, non c’è nulla di particolarmente oscuro o nascosto, forse si tratta più di una tecnica di mascheramento, di frapporre un livello di entertainment e star system tra il cuore del discorso e la visione del pubblico.
Cillian Murphy, Robert Downey Jr., Emily Blunt, Florence Plugh, Matt Damon, Josh Hartnett, Gary Oldman, Rami Malek, Casey Affleck, Kenneth Branagh, Jason Clarke, David Krumholtz, Benny Safdie, Jack Quaid, Matthew Modine, e avanti con un cast lungo un braccio di attori bravissimi come non si vedeva da, boh, L’inferno di Cristallo, mi vien da dire per tornare al tema dei classici, con la differenza che qui non si tratta di un film corale ma concentrato su un unico personaggio cui tutti gli altri girano intorno. Perciò, sì, può essere vero che i comprimari manchino di spessore e sfumature, e che in fondo si risolvano solo in funzione del protagonista, ma non risulta da nessuna parte che un racconto debba necessariamente essere anche un trattato di psicologia e/o sociologia. Non mi pare lo fosse Gandhi, non mi pare lo fosse Lawrence D’Arabia o L’Ultimo Imperatore, né qualsiasi altro grande biopic che mi possa venire in mente al momento. Christopher Nolan racconta la storia di un eroe in fondo solitario, come in tanti altri suoi film e come nella grande tradizione della narrativa, americana ma non solo, e fargliene una colpa, o leggere questo film solo con le lenti degli ultimi trend topic, o ancora lamentarsi di quanto sia inutilmente prolisso e didascalico, dice molto più sui suoi critici che non sul suo autore.

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